Basilea, una parrocchia scalabriniana al crocevia

I partecipanti a un corso fidanzati, appartenenti a un gruppo di nuova generazione emigrata a Basilea

La Missione Cattolica Italiana nella città svizzera esiste dal 1903 e la presenza italiana si fa notare per iniziative culturali apprezzate e seguite. Ce ne parla padre Valerio Farronato, parroco della parrocchia speciale personale di lingua italiana San Pio X

Per la sua configurazione geografica Basilea è la città etnicamente più variopinta della Svizzera. Ben incuneata tra la grandeur francese e la potente Germania, dà il via libera al placido Reno, che tutto trasporta verso il nord dell’Europa ma trattiene culture, lingue, tradizioni che la definiscono la città dei Drei Länder, dei Tre Stati.

Qui si distingue una folta comunità italofona in parte ben integrata, ma anche di nuova e giovane generazione. Una presenza che si fa notare per iniziative culturali apprezzate e seguite.

La Missione Cattolica Italiana di Basilea, istituita nel 1903 per rispondere ad una necessità provvisoria e nel 1995 eretta come parrocchia speciale personale di lingua italiana San Pio X, offre il suo apporto religioso-sociale ad una comunità che tiene fede alle sue radici. I benemeriti missionari bonomelliani lasciarono ai missionari scalabriniani, che dal 1946 operano a Basilea, una preziosa eredità.

Un rifugio spirituale e religioso

In quasi 120 anni gli italiani a Basilea ne hanno vissute e viste di vicende. E oggi che sono circa 12mila, pur tenendosi caro un orgoglioso ma spesso difficile passato, si interrogano su ciò che sono e come sarà il loro domani di comunità linguistica. Interrogativi che, seppur per motivi diversi, si pongono anche le autorità politiche, economiche, culturali ed ecclesiastiche.

C’è un particolare che, con il trascorrere degli anni, ha contribuito a nobilitare l’iniziale dignitosa povertà dei migranti: l’accoglienza dei nuovi, di chi li raggiungeva da altri paesi. Un concetto ben individuato dalla Conferenza episcopale elvetica che, nel documento Linee guida per una pastorale migratoria in Svizzera, sottolinea: «molte comunità linguistiche esistono da decenni e oggi si rivolgono a persone in situazioni diverse. Sono un primo punto di contatto che offre agli immigrati appena arrivati un rifugio spirituale e religioso, aiutandoli concretamente e in vari modi ad ambientarsi nella loro nuova realtà».

Una paziente dinamica pastorale

Il riconoscimento della conferenza episcopale significa ponti, collegamenti, aperture e dialogo tra le diverse etnie e culture. Nella Chiesa locale è in atto una paziente dinamica pastorale che mette a confronto le diversità indirizzandole verso esperienze di azione comune. E la parrocchia di lingua italiana è pienamente coinvolta.

Ci lavora il giovane Consiglio parrocchiale che ben conosce la realtà locale. Lo vive con le sue iniziative il gruppo parrocchiale Senza Frontiere, che fattivamente e puntualmente opera nel settore rifugiati (di attualità in una città di confine). Ne è testimonianza il Gruppo Missionario con le sue iniziative a sostegno di progetti scalabriniani.

Con precisione sono appuntati nell’agenda dei missionari e collaboratori pastorali incontri e momenti di scambio, in una lingua che sempre si riesce a trovare, tra operatori e volontari delle parrocchie locali e delle comunità linguistiche.

Missionari di frontiera

Anche la congregazione scalabriniana si interroga se e come tener vivo il carisma del beato Scalabrini a Basilea. La costante diminuzione dei suoi missionari di lingua italiana, per esempio, chiede nuove scelte preferenziali. L’attuale rigagnolo di provenienza multietnica dei missionari scalabriniani non è in grado di garantire servizi pastorali ovunque.

Per questo è importante ascoltare per esempio chi, con scarse conoscenze locali, rimprovera una pastorale migratoria sorpassata, vecchia, stanziale, dunque integrata, e cercare di convincerlo che è sempre la lingua madre, con quanto essa radica nelle persone, che esprime sentimenti ed emozioni. Sono certamente da sostenere quei giovani missionari che preferiscono una pastorale migratoria itinerante, di frontiera, ricordando loro che anche la vecchia Europa è luogo di frontiera dove vanno animati i nuclei di fede che, in più parti, proprio le comunità migranti tengono vivi. Necessitano un aggiornamento coloro che vorrebbero delegare tutto e tutti alle parrocchie. Sono proprio queste che vedono l’urgenza di garantire alle comunità linguistiche «luoghi in cui le persone pregano, celebrano, si esprimono nella loro lingua madre, vivano la propria fede» (come sottolineano le “Linee guida” della congregazione).

A Basilea, città di frontiera, i missionari scalabriniani, le missionarie secolari scalabriniane e i laici che con loro collaborano continuano ad ascoltare storie di fede benedette dal beato Scalabrini. Ciò incoraggia laici, collaboratori e missionari a guardare al sempre più veloce futuro con serena fiducia che il beato Scalabrini, Padre degli Emigrati, rafforzi in loco il suo carisma, che la grande icona del beato, posta nella chiesa parrocchiale, visualizza e invoca.

Padre Valerio Farronato