Accesso alla protezione in Sudafrica, nuovo studio del SIHMA

I partecipanti a un corso fidanzati, appartenenti a un gruppo di nuova generazione emigrata a Basilea

Nella sua ricerca l’avvocato Irene de Vos mostra come i tribunali sudafricani stiano creando l’impalcatura necessaria a sostenere coloro che si trovano nella precaria posizione di dover chiedere asilo

I richiedenti asilo affrontano barriere sempre più sofisticate per l’accesso alla protezione. Spesso non possono far valere i propri diritti e, per salvare la propria vita, sono costretti a rischiarla. Un nuovo articolo pubblicato dallo Scalabrini Institute for Human Mobility in Africa (SIHMA) considera i tentativi di aumentare l’offerta di protezione al termine dei viaggi della speranza.

La ricerca, intitolata Asylum Seekers Accesso to Protection: Developments in South Africa e condotta da Irene de Vos (avvocato del foro di Johannesburg che si occupa di diritto pubblico e delle questioni di migrazione), mostra in particolare come i tribunali sudafricani abbiano costruito su ogni caso un precedente, creando di fatto l’impalcatura necessaria a sostenere coloro che si trovano nella precaria posizione di dover chiedere asilo.

Un chiaro progresso generale

«I nostri tribunali hanno mostrato un impegno a rimuovere i blocchi e a migliorare l’accesso al sistema dei rifugiati– si legge nel testo – Quando gli affari interni hanno sostenuto che i richiedenti asilo devono essere detenuti in attesa della loro richiesta di asilo, i tribunali hanno respinto questo approccio in quanto limitante l’accesso alle protezioni previste dal regime dei rifugiati.

«Quando gli affari interni hanno rifiutato a un richiedente asilo l’opportunità di fare domanda di asilo a causa di ritardi nella presentazione, i tribunali hanno respinto la premessa che un ritardo nella richiesta di asilo chiude la porta a un richiedente asilo. Quando gli affari interni hanno cercato di limitare i luoghi fisici in cui i richiedenti asilo potevano fare domanda d’asilo, i tribunali hanno imposto che fossero riaperti».

In una evidente marcia generale della giurisprudenza, i tribunali avrebbero insomma costantemente ampliato l’accesso alla protezione dei rifugiati, incardinandola al principio di non-respingimento.