Anni di libertà cancellati in una notte

I partecipanti a un corso fidanzati, appartenenti a un gruppo di nuova generazione emigrata a Basilea

Nell’ultimo numero della rivista Scalabriniani, la testimonianza di un rifugiato afgano

Il ritiro delle truppe statunitensi dall’Afghanistan dopo vent’anni di presenza ha causato, come ben sappiamo, il drammatico degenerare della situazione nel territorio, ora quanto mai travagliata. Per dar voce a queste vite, la rivista Scalabriniani ospita nel numero di settembre-ottobre 2021 la testimonianza di D.J., Ecco alcuni estratti dell’articolo Afghanistan, svegliati e reagisci!, pubblicato nella sezione Attualità (pp. 10-11).

Un terrore che non passa

«Mi è stato chiesto un pensiero sull’attuale situazione in Afghanistan e ho molto riflettuto se accettare di scriverlo o no. Infatti, pur apprezzando l’idea di chiedere l’opinione a qualcuno di quel paese, invece che a esperti di geopolitica, come solitamente accade in queste circostanze, d’istinto avrei rifiutato. Perché? Per paura di espormi, non solo per me e per mia moglie italiana, ma soprattutto per la mia famiglia che non è qui in Italia.

Ciò vi dà la misura di cosa sia il terrore talebano e dell’Isis per un afgano, per di più hazara sciita e quindi di un’etnia perseguitata e ormai decimata. Un terrore che, nonostante io abbia cambiato vita e sia rifugiato da anni in Italia, fa sì che in questo periodo di bombardamento mediatico io sogni di essere inseguito dai talebani che mi vogliono uccidere e fuggo.

Fuggo, finché mi sveglio di soprassalto e, seppur sveglio, non riesco a credere sia solo un sogno, restando poi turbato per tutto il giorno. In una notte vengono cancellati anni di sicurezza e libertà acquisiti qui. Eppure da quanti anni non vedo un talebano? Per questo motivo, perdonatemi, mi firmerò solo D.J. e con un sorriso amaro… visto che la musica sarà ormai proibita in Afghanistan».

L’Europa, il mondo intero deve unirsi

«L’Afghanistan non è solo un paese di rozzi musulmani integralisti con molte mogli; è anche un paese fatto di uomini come quelli della mia famiglia, devoti ma non fondamentalisti, che hanno sposato una sola donna e che non hanno battuto ciglio quando ho comunicato loro che mi sarei sposato con una cattolica italiana, accolta come una figlia. E il pensiero corre a una cugina, nascosta in casa con una figlia di sei anni, lontana da Kabul, che non sa come raggiungere da sola il marito all’estero. Se anche si salvasse, che futuro avrebbe in patria?

Ho tanti amici disperati che mi stanno chiamando in questi giorni perché i loro parenti sono in pericolo. E purtroppo sono impotente di fronte alla loro disperazione. L’Europa, il mondo intero deve unirsi, lasciando da parte i consensi interni per creare corridoi umanitari in Pakistan, Iran e altri paesi vicini per coloro che vogliono fuggire e avere una possibilità di vita degna di questo nome. Perché un occidentale può emigrare in un altro paese per migliorarsi e migliorare la propria qualità di vita e un afgano no?».

Il popolo afgano deve alzare la testa

«Vengo sopraffatto da ondate di sentimenti altalenanti: provo rabbia per il modo in cui gli Usa e tutti i paesi stranieri hanno abbandonato il paese senza un piano progressivo che tutelasse il popolo afgano; provo rabbia per il presidente e l’esercito afgani che hanno completamente abbandonato il paese in mano ai talebani e non mi convince la giustificazione che sia stato fatto per evitare spargimento di sangue. Il sangue ci sarà lo stesso; ha già iniziato a scorrere e solo da una parte, sempre la stessa. (…)

Mi indigno al pensiero che il presidente Biden, magari per problemi di consenso interno, non abbia tenuto conto, per non dir di peggio, delle conseguenze per un popolo che ha assaggiato per vent’anni una certa democrazia e ora torna indietro nell’oscurantismo più profondo. (…) E infine mi chiedo: dov’è l’orgoglioso e valoroso popolo afgano discendente dai persiani? Dove sono i tanti Massoud per riprenderci non solo la valle del Panjshir, ma tutto il paese? Il popolo afgano deve alzare la testa e chi non può più rientrare, come me, deve mobilitare l’opinione pubblica, deve manifestare in tutte le città civili del mondo. Ed è per questo, che alla fine ho accettato di scrivere questi miei pensieri e ringrazio i missionari scalabriniani per questa opportunità».

Il numero 5/2021 della rivista “Scalabriniani”