Diario sul confine d’Europa

I partecipanti a un corso fidanzati, appartenenti a un gruppo di nuova generazione emigrata a Basilea

Dalla “scuola della pace” al “cimitero di giubbotti di salvataggio”. Nel numero di settembreottobre 2021 della rivista Scalabriniani la testimonianza di due scalabriniani sulla vita dei migranti a Lesbo

Nel numero di settembreottobre 2021 della rivista Scalabriniani la testimonianza (in forma di diario) di Ruben e Tuc , due missionari dell’Istituto Teologico Scalabriniano di Roma, che hanno avuto quest’estate l’occasione di fare un’esperienza di servizio ai migranti sull’isola di Lesbo. L’articolo si intitola Lesbo: confine d’Europa. Il diario, pubblicato nella sezione Missionarietà scalabriniana (pp. 12-15). Eccone alcuni estratti.

Servire e farsi prossimi di tutti i profughi

«Primo giorno. Dopo un lungo viaggio di dodici ore sulla nave, ecco che siamo arrivati a Lesbo, luogo in cui cominciamo la nostra missione. Ci hanno accolto con un incontro internazionale. Sì, venivamo da diversi paesi e continenti, abbiamo diverse lingue, carattere e, forse, mentalità, ma abbiamo solo un obiettivo: quello di servire, di ascoltare e di farci diventare i prossimi di tutti i profughi per poter portare un po’ di speranza nel loro cammino. (…)

Secondo giorno. (…) Camminando più avanti abbiamo visto con nostri occhi le condizioni e le realtà dentro il campo: piccole tende dove abitano famiglie di cinque o sette persone, il luogo dove possono fare la doccia, la cucina… così passiamo vicino alle tende, una dopo l’altra, e sentiamo il male ai piedi per camminare sopra delle piccole pietre che sono ovunque nel campo: il tutto con una temperatura di quaranta gradi che ci fa sudare, ma ciò che resta impresso negli occhi sono le condizioni basiche di vita dentro questo campo. La commozione è tanta».

Ci sarà lezione domani?

«Quarto giorno. Tra tutti i volontari, noi due abbiamo la faccia più simile ai nostri profughi dell’Afghanistan e degli altri paesi di Medio Oriente. Perciò tante volte ci parlano e chiedono cose nella loro lingua. Questo non mi fa nessun dispiacere, ma al contrario è quasi un vantaggio per cominciare la conversazione con loro. (…)

Quinto giorno. Oggi è stato il terzo giorno che siamo stati nella “scuola della pace” e per la terza volta i miei studenti ci chiedevano dopo le lezioni la stessa domanda: “Teacher, do we have class tomorrow?”. Il primo e il secondo giorno pensavamo che fosse una domanda di curiosità, ma oggi abbiamo capito il perché lo chiedono: la scuola per loro è una cosa preziosa perché non possono andare a scuola come gli altri bambini. La scuola per loro non ha un programma fisso come accade da noi con divisioni in anni, o semestri. Ma vanno alla scuola giorno dopo giorno, senza sapere se domani potranno ancora venire.

Sesto giorno. La nostra meta oggi è il “cimitero di giubbotti di salvataggio”. Ma che cos’è questo cimitero? Possiamo dire che è il luogo in cui i migranti hanno lasciato i salvagenti dopo aver fatto il viaggio. Il luogo non è vicino al campo dove si trovano i migranti. Infatti abbiamo fatto un viaggio di tre ore per arrivare fin là. Il luogo non è proprio vicino alla spiaggia, ma su di una collina, un po’ nascosto. Questo perché, quando i migranti lasciano queste cose vicino al mare, il governo le prende e le porta in questo luogo per non far vedere alla gente questa realtà».

Un’esperienza inaspettata e toccante

«Settimo giorno. (…) insieme con le nostre consorelle scalabriniane, presenti anch’esse qui a Lesbo, abbiamo deciso di visitare la città. Dopo qualche ora di cammino (…) abbiamo visto un uomo con suo figlio che stavano all’ombra davanti alla chiesa. (…) è un profugo dall’Afghanistan, e da anni si trova in questa isola con la sua famiglia di due figli e la moglie. Erano nel campo di Moria ma, poiché sua moglie aveva una malattia grave, li hanno trasferiti fuori di campo in un piccolo appartamento al centro.

Dal mese settembre però non aiutano più la sua famiglia per l’affitto tanto che stavano pensando di tornare al campo di nuovo. Ci ha raccontato anche la storia del viaggio della sua famiglia e di come sono arrivati qua, quante volte non sono riusciti a attraversare il mare e come la sua piccola figlia era nata durante il viaggio. Quello che ci ha colpito molto di lui è l’aver detto che non aveva mai perso la speranza nella vita nonostante le difficoltà perché vuole trasmettere questa speranza e questo entusiasmo ai suoi figli.

Per noi, oggi, è stato un giorno di riposo e non ci aspettavamo di vivere questa esperienza così toccante. Dio guida la nostra vita perché se fossimo magari entrati in quella entrati non avremmo incontrato questo migrante. Se non avessimo avuto il coraggio di aprirci con lui non avremmo dato a lui l’opportunità di raccontare la sua storia».