Due testimonianze dal centro Stella Maris di Genova

I partecipanti a un corso fidanzati, appartenenti a un gruppo di nuova generazione emigrata a Basilea

Sono quelle di un volontario e di un sacerdote scalabriniano, impegnati nel servizio ai marittimi nel porto che dal 1932 ospita la rete di assistenza cattolica ai lavoratori del mare

Nel numero di novembre-dicembre 2021 della rivista Scalabriniani la testimonianza del volontario Eros Andriani e del missionario scalabriniano padre Vincenzo Tomaiuoli, in forza al centro Stella Maris di Genova. Sorto nel 1920 a Glasgow col nome di Apostolato del Mare (Apostleship of the Sea – AOS) questa realtà di assistenza si sviluppa come strumento dei cristiani impegnati per fare sentire i marittimi, eterni migranti, parte integrante della Chiesa, fornendo loro assistenza spirituale e non solo.

Nel 1932 nasce a Genova la prima risposta italiana a questa missione, ancora oggi attiva con il motto Una Casa lontano da Casa. L’articolo si intitola Genova: un porto sicuro dal 1932 ed è pubblicato nella sezione Attualità (pp. 10-11). Eccone alcuni estratti.

La testimonianza di Eros

Grazie ai marittimi abbiamo quello che ci serve

«Nel mondo due milioni di persone navigano, sparsi per tutti i porti e tutti i mari. Sono loro che portano nei nostri negozi e nelle nostre case quasi tutto quello di cui abbiamo bisogno. La pandemia non ha fermato le navi ma ha fermato a bordo coloro che permettono alla nave di funzionare, di trasportare, di soddisfare i nostri bisogni. Grazie ai marittimi abbiamo quello che ci serve. Comprese le mascherine, i guanti, i disinfettanti che ci permettono di affrontare questa “nuova vita” che da più di un anno affrontiamo.

Ogni giorno noi della Stella Maris di Genova visitiamo le navi nei nostri terminal cittadini. (…) Questi nostri amici che in questo periodo soffrono ancora di più a causa di quei problemi che già in tempi “normali” li affliggono: isolamento, lontananza dagli affetti, poco tempo e poco spazio a disposizione. Nel nostro piccolo li ascoltiamo, portiamo loro news cartacee nelle loro lingue, mascherine in regalo (e come sono contenti! Anche a loro sembrano non bastare mai…).

Non risolviamo i loro problemi, forse, ma i loro occhi, stanchi quasi sempre, ci sorridono. Sostituiscono degnamente quella bocca sempre nascosta dalla mascherina. Così, coi nostri club ancora chiusi, andiamo da loro giorno dopo giorno, cercando di farli sentire, nonostante tutto, almeno per qualche minuto, “a casa”».

Due aneddoti

«Ricordo il marittimo filippino che mi promise di chiamare l’eventuale suo futuro figlio “Eros”, come me, solo perché gli avevo risolto un piccolo problema al computer portatile: ci impiegai dieci minuti, ma lui era solo, dall’altra parte del mondo rispetto al suo villaggio, con un computer acquistato ad una cifra per lui esorbitante e con la nave in partenza. Non aveva bisogno di supporto psicologico o spirituale, aveva bisogno di qualcuno che dedicasse qualche minuto per risolvergli un problema informatico. (…)

Oppure penso a quel comandante georgiano che aveva una relazione extraconiugale, che con molta timidezza mi chiese come potesse risolvere la situazione visto che da anni il senso di colpa lo dilaniava. Un uomo di cinquant’anni, appena conosciuto, nato a 4mila km da Genova che si rivolge ad un ragazzo (parlo di una decina di anni fa…) che poteva essere suo figlio. Rimasi zitto qualche istante, chiedendomi cosa mai sarebbe stato giusto rispondergli.

Optai per la semplicità, che quasi sempre è la via della salvezza, e gli chiesi se ancora amasse sua moglie. Alla sua risposta affermativa gli dissi, dolcemente, che sapeva già cosa sarebbe stato giusto fare, sottintendendo che se ami una persona non la tradisci. Mi sorrise, mi mise una mano sulla spalla e mi ringraziò, dicendomi che già lo sapeva ma aveva solo bisogno di sentirselo dire».

La testimonianza di padre Vincenzo

Una presenza importante

«L’arrivo a Genova, segnato da un’accoglienza inaspettata e sentita da parte del direttore, il diacono Massimo Franzi, e dei volontari, ha favorito da subito il mio inserimento nel servizio. Importante è stato l’incontro avuto con l’arcivescovo, monsignor Marco Tasca, dove ho percepito accoglienza e disponibilità al lavoro in diocesi.

In questa realtà il lavoro degli scalabriniani, sia quello passato come le recenti collaborazioni, gode di stima e apprezzamento. La mia presenza scalabriniana a Genova è percepita (…) come un ritorno alle origini. Qui i missionari scalabriniani hanno offerto alla Chiesa locale sette anni (dal 1972 al 1979) di ministero a servizio dei marittimi. Di quegli anni resta emblematica la figura di padre Anacleto Rocca, che ha profuso il suo instancabile impegno per guidare con lungimiranza l’associazione ed essere un punto di riferimento per i marittimi dell’epoca».

Gli unici a far sentire la propria vicinanza

«Il mio essere sacerdote ha dato un’impronta singolare alle visite a bordo e nel servizio coi volontari. In genere i marittimi apprezzano l’assistenza religiosa, non di meno i volontari con cui ho condiviso il servizio. Da subito sono stato inserito nel gruppo Stella Maris Scalabrinian Network, una rete scalabriniana che coordina e promuove il lavoro delle Stelle Maris affidate a noi scalabriniani (circa dieci).

La collaborazione con la rete scalabriniana, ad esempio, ha facilitato la conoscenza di informazioni utili al supporto di una nave arrivata da Livorno dove aveva perso la vita in un tragico incidente un marittimo. In quell’occasione sono salito a bordo con un dipendente della Stella Maris trattenendomi per circa tre ore, incontrando il capitano ed i membri dell’equipaggio, offrendo assistenza spirituale ed oggetti religiosi. Sia il capitano come i membri dell’equipaggio hanno espresso gratitudine per la vicinanza, facendoci sapere che eravamo stati gli unici a farci vicini in un momento tanto difficile.

(…) la mia esperienza approccia varie dimensioni offrendo uno sguardo d’insieme, storico e attuale, sulle problematiche inerenti la gente di mare; cogliendo dalle criticità ed imprevisti un’occasione per riformulare soluzioni adeguate al momento; integrando un lavoro di rete tra enti a vario titolo; implementando percorsi locali di sensibilizzazione senza i quali il servizio rimarrebbe autoreferenziale e sterile».