Chiamarli per nome: la memoria che ci interroga

Giornata Mondiale del Rifugiato, 20 giugno 2026

Il 20 giugno si celebra la Giornata Mondiale del Rifugiato, istituita per ricordare la Convenzione di Ginevra del 1951 che ha sancito il diritto alla protezione per chi fugge da guerre, persecuzioni e violenze.

A 75 anni da quella firma, il tema resta più attuale che mai. Mentre il numero delle persone costrette a lasciare la propria casa continua ad essere alto, in molte parti del mondo le frontiere si fanno sempre più rigide e i diritti sempre più difficili da garantire.

In questi giorni, nelle nostre comunità in Europa e in Africa, abbiamo scelto di rispondere a questa data non con un comunicato, ma con un gesto. A Ceuta, Cadice, Basilea  e non solo. Qui i missionari e i laici scalabriniani hanno portato avanti la campagna “Chiamarli per nome”. E a Roma, gli scalabriniani hanno preso parte, insieme ad altre realtà ecclesiali, a un gesto analogo che ha attraversato la città lo stesso giorno della vigilia della Giornata.

Una campagna nata dal fare memoria

L’iniziativa, conosciuta in tedesco come “Beim Namen nennen”, è nata in Svizzera e in Germania ed è oggi promossa a livello regionale dal SIMN Europa-Africa. Il punto di partenza è un dato che da solo dice tutto: dal 1993 al 2025 l’organizzazione United for Intercultural Action ha documentato almeno 75.000 morti di migranti lungo le frontiere europee. Un numero enorme, e proprio per questo a rischio di diventare invisibile, una statistica tra le tante.

La campagna prova a invertire questo meccanismo. Nelle nostre comunità si è scelto di lggere ad alta voce i nomi di chi è morto cercando di arrivare in Europa, durante celebrazioni e momenti di preghiera condivisi anche con altre confessioni; scrivere quei nomi su strisce di stoffa, trasformandoli in un’installazione pubblica, fuori da una chiesa, in una piazza, perché la città stessa si faccia memoria.

Dare un nome a chi non ne ha più non è un gesto simbolico fine a se stesso. È un atto che restituisce dignità e che, come scrive Cristina Cattaneo nel suo Naufraghi senza volto, riconosce in ogni corpo recuperato dal mare, il sacchetto di terra eritrea in una tasca, la pagella cucita nella fodera di un giubbotto, una storia che continua a chiedere di essere riconosciuta, non archiviata.

A Roma, una veglia che attraversa le Chiese

Non solo Ceuta, Cadice e Basilea. Alla vigilia della Giornata, giovedì 18 giugno, nella Basilica di Santa Maria in Trastevere a Roma, si è tenuta la veglia ecumenica di preghiera “Morire di speranza”, presieduta da mons. Ambrogio Spreafico, in memoria di quanti perdono la vita nei viaggi verso l’Europa. È un appuntamento che la Comunità di Sant’Egidio promuove ogni anno insieme a Centro Astalli, Caritas Italiana, Fondazione Migrantes, Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia, ACLI, Comunità Papa Giovanni XXIII e ACSE e come ogni anno, vi abbiamo preso parte anche noi.

Anche in quella veglia sono stati letti i nomi: oltre 77.000, secondo l’edizione di quest’anno. Lo stesso gesto fatto a Ceuta, Cadice e Basilea, vissuto qui nella forma di una preghiera che ha attraversato le confessioni cristiane, in un’unica basilica e in un’unica voce. È un segno che colpisce: davanti a chi muore in mare o lungo un confine, resta solo la responsabilità comune di non lasciare nessuno senza nome.

Casa Scalabrini 634: festeggiare l’accoglienza, senza chiudere gli occhi

A Roma, l’impegno scalabriniano per la Giornata non si è fermato alla veglia di Trastevere. A Casa Scalabrini 634-ASCS,  la casa di accoglienza e incontro che da 11 anni è un punto di riferimento per l’integrazione a Roma, si è svolta una serata pensata per celebrare proprio questo: i percorsi di accoglienza e integrazione costruiti insieme, giorno per giorno, con le persone rifugiate e migranti.

Ma è stata anche una serata che non ha voluto distogliere lo sguardo da ciò che sta cambiando. Si è parlato infatti della contrazione dei diritti delle persone rifugiate legata all’entrata in vigore del Patto europeo su migrazione e asilo, che ridisegna le procedure di accesso alla protezione internazionale e, secondo numerose organizzazioni della società civile e della Chiesa, rischia di restringere ulteriormente le garanzie per chi chiede asilo in Europa. Tenere insieme, nella stessa serata, la festa per ciò che è stato costruito e l’allarme per ciò che si sta perdendo non è una contraddizione: è esattamente lo sguardo che il carisma scalabriniano chiede di avere. Non si può celebrare l’accoglienza senza, nello stesso momento, vigilare su chi quell’accoglienza la sta rendendo più difficile.

Sensibilizzare su questo tema, in una casa che vive ogni giorno di accoglienza concreta, è diventato così un gesto centrale della serata: non un tema tecnico per esperti di diritto, ma una domanda che riguarda direttamente le persone che a Casa Scalabrini 634 hanno trovato casa, e quelle che, dopo l’entrata in vigore del Patto, potrebbero non trovarla più.

Quello che ci succede intorno

Non possiamo raccontare questi gesti senza dire anche cosa li ha rese necessari. Mentre scriviamo, l’Europa continua a inasprire le norme sull’asilo. A Ceuta, l’enclave spagnola in Marocco, le barriere si sono fatte più alte e più tecnologiche, e i tentativi di attraversamento restano spesso l’unica via per chi non ha alternative legali. A Cadice, porta d’ingresso storica delle rotte atlantiche verso la Spagna, si continuano a contare gli sbarchi e, troppo spesso, i corpi restituiti dal mare lungo le coste andaluse. Così come a Calais, in Francia, lungo la rotta del Mediterraneo centrale, lungo la rotta balcanica si misura ogni giorno cosa significhi vivere — e morire — a un passo da uno dei sistemi di protezione sociale più solidi del continente, ma con un accesso al diritto d’asilo sempre più filtrato e selettivo.

Sono contesti diversi, ma raccontano la stessa cosa: il diritto di asilo, che la Convenzione del 1951 riconosceva come fondamentale, viene oggi eroso passo dopo passo, spesso nel silenzio delle istituzioni. È lo scandalo che la campagna vuole denunciare pubblicamente: non solo le morti in sé, ma l’oblio che le accompagna.

Uno sguardo dall’Africa

Parlare di frontiere e di rifugiati non significa guardare solo verso l’Europa. Proprio in questi giorni, il Sud Africa, trentadue anni dopo la fine dell’apartheid, è di nuovo attraversato da ondate di violenza xenofoba: marce, attacchi a negozi gestiti da stranieri, intere famiglie sfollate in diverse province, al punto che Ghana, Mozambico, Malawi e Nigeria hanno dovuto organizzare rimpatri dei propri cittadini. Di fronte a questa escalation, l’arcivescovo Sithembele Sipuka, a nome di oltre trenta Chiese sudafricane, ha firmato la lettera pastorale “Non respingete lo straniero”, ricordando che il crimine non ha nazionalità e che la risposta va cercata nella giustizia, non nella violenza contro gli innocenti.

Cosa significa per noi

Qui la cronaca si fa domanda di fede, e qui il magistero della Chiesa ci aiuta a leggere quello che facciamo. Come ha scritto P. Fabio Baggio, scalabriniano, in un articolo (pag. 6) sul senso di questa Giornata, l’impegno della Chiesa per i rifugiati nasce da una visione teologica precisa: in ogni persona costretta a fuggire si riconosce un volto che interroga, una presenza che chiede di essere accolta. È proprio dove l’umanità è più fragile e ferita che Dio si fa vicino.

I quattro verbi proposti da Papa Francesco nel 2018 — accogliere, proteggere, promuovere, integrare — come pilastri ancora attuali, oggi più che mai necessari in un contesto di chiusure crescenti: accogliere significa garantire vie legali e sicure; proteggere significa difendere chi è più vulnerabile, donne, minori, vittime di tratta; promuovere significa restituire un futuro a chi rischia di restare bloccato in una precarietà permanente; integrare significa costruire comunità capaci di vivere la differenza come risorsa e non come conflitto.

Su questa stessa linea si muove Papa Leone XIV, che il 4 luglio 2026 si recherà a Lampedusa, riprendendo idealmente il gesto con cui Papa Francesco, nel 2013, denunciò la “globalizzazione dell’indifferenza”. Il suo primo Messaggio per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato porta un titolo che potrebbe essere la chiave di lettura di tutta questa campagna: “Anche uno solo di questi bambini”. Il richiamo evangelico — chi accoglierà un solo bambino, accoglie me — sottrae il tema migratorio alla logica dei grandi numeri e lo restituisce alla sua verità più semplice: ogni persona conta, una per una.

È questo, in fondo, il filo che lega il carisma di Scalabrini al gesto compiuto a Ceuta, Cadice e Basilea. Scalabrini stesso, di fronte all’emigrazione di massa del suo tempo, non si fermò ai numeri: andò a vedere, ascoltò le storie, chiamò per nome chi rischiava di restare invisibile. Leggere oggi i nomi dei morti nel Mediterraneo, scriverli su una striscia di stoffa, raccoglierli in un libro, è lo stesso gesto, ripetuto in un altro tempo e in un’altra geografia.

Non basta commuoversi

Come scrive ancora Baggio, non basta commuoversi: bisogna informarsi e lasciarsi coinvolgere. La risposta della Chiesa, e quella scalabriniana in particolare, non si esaurisce in un gesto simbolico una volta l’anno. Prende forma in un triplice impegno che continua tutto l’anno: advocacy, per chiedere politiche più giuste; assistenza, per rispondere ai bisogni concreti di chi arriva; missione, per offrire una presenza quotidiana e costante.

Il carisma di Scalabrini, prima di essere un’eredità da custodire, è un metodo da praticare: guardare la persona prima del problema, ascoltare la storia prima di formulare un giudizio, chiamare per nome prima di etichettare. È un esercizio che vale per chi attraversa un mare e per chi vive a pochi isolati da noi, per chi fugge da una guerra e per chi fugge, semplicemente, dalla povertà o dalla paura.

Questa Giornata, allora, non chiede di guardare lontano, ma di guardare meglio. Di lasciarsi scomodare da un nome che non conoscevamo, e di scoprire che, una volta pronunciato, non riusciamo più a fare come se non lo avessimo sentito.

Per approfondire: Capire il nostro tempo attraverso le migrazioni forzate