Testimonianza da Ceuta
Casa San Antonio: dove la cura restituisce dignità
di Alessia Borsa, volontaria ASCS
Un’emergenza viene quasi sempre raccontata attraverso numeri, dati e statistiche; filtrata da titoli di giornale, breaking news e disinformazione. Ma un’emergenza è, prima di ogni altra cosa, un denso intreccio di storie, di vite, di difficoltà e di esseri umani. Quando si parla di 70.000 persone è difficile immaginarsi la singola vita di ognuno, la sua città natale, la sua famiglia, i suoi amici, il suo cibo preferito, le sue ferite e ciò da cui sta scappando. Quando però l’emergenza la vivi sul campo, le persone smetti di contarle e inizi a vederle, una per una, in carne ed ossa. Ascolti le loro storie, ne impari le abitudini, ne scopri le fragilità; condividi con loro interessi, ti confronti su valori e progetti per il futuro. Vedi la persona, dimentichi il numero.
Qui a Casa San Antonio i numeri perdono forza, sfumano. Al loro posto restano gli esseri umani: volti da guardare negli occhi, vite da accogliere, da riconoscere.
Ciò che succede tra queste mura è un incontro di storie, persone che si sfiorano e si trasformano a vicenda, anche in pochi minuti, ma per sempre. Perché qui ognuno è il racconto che custodisce, ed è proprio in questa memoria condivisa che risiede la vera ricchezza della nostra comunità.
Prima che arrivassi qui, Carlos mi ha presentato questa casa come una barca in navigazione: che il mare sia calmo o mosso sulla barca si sta tutti insieme. Mai come ora questa casa è esattamente questo. Nel mare in tempesta noi rimaniamo tutti insieme a bordo. Senza mai perdere di vista il viaggio, senza mai perdere di vista l’orizzonte, ma soprattutto senza mai perdere di vista la nostra unione. Nata come un piccolo spazio protetto di accoglienza, condivisione e crescita, l’impatto dell’emergenza ha spinto questa casa ad allargare le proprie braccia. Ma anche con l’aumento dei numeri, lo spirito originale non è cambiato: la vicinanza e l’accompagnamento restano il nostro fulcro. Come ripetono spesso tutti qui, questo non è un centro, è una casa. È una casa perché la si abita insieme. E’ una casa perché siamo una famiglia. E’ una casa perché qui si cammina fianco a fianco, condividendo un tratto di strada, una piccola porzione
di vita. In questo spazio accade qualcosa di profondamente significativo: la restituzione della dignità alle persone. Questo processo si esprime, per me, prima di tutto attraverso la cura delle ferite. Curare il corpo significa riconoscere la sofferenza di chi abbiamo di fronte e validarne l’esperienza dolorosa, significa condividerne la storia, significa restituire vita e dignità, ristorando l’essenza stessa della persona. L’intervento medico nasce sì da un’esigenza pratica – dopo viaggi estenuanti le persone migranti arrivano ferite e stanche – ma l’atto della cura va ben oltre la semplice medicazione: significa affermare il diritto alla salute e riconoscere che questi corpi, segnati per mesi o anni da una violenza sistemica, sono degni di attenzione e rispetto. E soprattutto significa abbattere le implicite gerarchie tra chi offre aiuto e chi lo riceve. È un atto di uguaglianza che riconosce il medesimo valore ad ogni essere umano.
La parte più significativa per me avviene quando medico i piedi, per due ragioni fondamentali. Da un lato, sebbene a Ceuta si arrivi spesso a nuoto, i piedi restano il simbolo del viaggio: risanarli significa restituire a queste persone la possibilità di rimettersi in cammino verso la vita che cercano di costruire. Dall’altro, abbassarsi fino a terra per medicarli è un gesto di umiltà, strumento diretto ed inconfondibile di restituzione della dignità umana. Chinarsi ripristina una relazione paritaria spazzata via dalla devastazione del viaggio e dalla vita per strada, restituendo un’umanità calpestata alle persone. C’è anche un aspetto profondamente emotivo, una connessione che si crea quando si comprende davvero il dolore. Quando guardo negli occhi le persone, vedo la gratitudine sul loro volto, ma anche la loro preoccupazione o un ritrovato sollievo. È bello presentarsi, conoscersi, salutarsi con rispetto. È bello rivedersi nei giorni successivi, vedere le ferite guarire, la serenità ricomparire. È bello sentirsi chiamare per nome. È bello sentirsi chiamare “dottoressa”. È questo che succede, ci si riconosce a vicenda. È bello sapere che vengono alla nostra porta perché sanno che qui qualcuno li accoglierà, li curerà.
È negli sguardi che ci si scambia nel mezzo della medicazione, nei gesti per capirsi, nei visi doloranti, nel sollievo di aver trovato qualcuno che non ti respinge, ma che si prende cura della tua ferita, che trovo il senso profondo di mettersi al servizio delle persone. Ogni volta che mi siedo su questo pavimento, che indosso questi guanti e comincio ad occuparmi di queste ferite, qualcosa dentro di me cambia. Ogni singola volta. Ricordo la prima sera che ho curato la ferita di O.: ero terrorizzata, persa. Ci ho messo più di un’ora, mi batteva forte il cuore. Non sapevo cosa fare, come farlo. Era solo il mio secondo giorno qui – una giornata estenuante – erano le 23:30 e cominciavo a disinfettare la prima delle due coltellate. Il giorno prima avevo visto di sfuggita un’altra persona fare la medicazione e ho provato a ricopiare quanto era stato fatto. Ero tesa, terrorizzata di sbagliare; scambiavo continuamente sguardi con Alessandro per cercare di capire se stessimo facendo bene, per trovare forza e rassicurazione. Quando ho finito mi sono chiusa in magazzino e ho pianto, recuperando il respiro. È stato uno di quei momenti che ha cambiato la mia vita. Da quella sera mi sono incaricata di ogni ferita, è stato naturale. Ed è stato ogni volta meno difficile, ma sempre più significativo. Ogni medicazione è diventata così uno spazio per conoscersi e raccontarsi; frammenti di sogni, progetti per il futuro, ricordi della propria famiglia e del proprio paese. Ora dopo ora quelle parole hanno intrecciato un’amicizia sincera. La cura della ferita era in fondo solo il pretesto per un rituale quotidiano, una finestra di tempo custodita per condividere le nostre giornate e la nostra vita.
È bello conoscere passo dopo passo lo sfondo della vita di O., i colori del suo villaggio in Senegal, la sua passione per lo studio e i suoi piani imprenditoriali. È bello trovare le similitudini e le differenze delle nostre famiglie, delle nostre abitudini. È bello sognare di andare in Senegal insieme un giorno. Entrambi con un passaporto, come amici. Quelle due coltellate non hanno soltanto squarciato la sua carne; hanno aperto anche la porta della nostra casa, i nostri cuori e nuove strade per il nostro futuro. Hanno indubbiamente rotto qualcosa, ma in quel vuoto si è creato lo spazio per un nuovo inizio qui, a Casa San Antonio. Esiste tuttavia un altro aspetto fondamentale della cura che non può essere taciuto: farsi carico di questi corpi è un gesto apertamente politico. È una lotta, una protesta esplicita contro un sistema che nega alle persone migranti il loro diritto fondamentale alla dignità. Restituirgliela attraverso l’assistenza medica significa attuare un riconoscimento politico e, al contempo, rigettare la crudeltà di un modello che esclude, viola e uccide.
In un panorama di politiche migratorie che straziano i corpi, l’atto del curare si trasforma in una forma di ribellione e di denuncia: vesciche, ferite e infezioni non sono incidenti, ma il risultato diretto di scelte crudeli e consapevoli. Qui a Casa San Antonio l’assistenza e l’accoglienza non sono semplici interventi sanitari, ma atti di vera e propria resistenza civile e sociale, volti a restituire a ogni persona ciò che la politica ha cercato di strapparle: la propria inalienabile umanità e dignità.
Ceuta: oltre la frontiera, le persone
Da settimane Ceuta è al centro di una delle più grandi crisi migratorie mai vissute dall’enclave spagnola. Si stima che 80.000 persone abbiano attraversato il confine dal Marocco. Molte sono già state rimpatriate dalle autorità spagnole. Migliaia sono ancora per strada. In mezzo a questa situazione, a pochi metri dalla frontiera, i Missionari Scalabriniani e i volontari di ASCS continuano ad accogliere, ascoltare e accompagnare chi non ha trovato posto nei circuiti istituzionali.
Per capire cosa sta accadendo a Ceuta bisogna prima guardare la geografia. Ceuta è una città spagnola affacciata sul Mediterraneo, sulla costa settentrionale del Marocco. È dunque territorio spagnolo, ma si trova fisicamente in Africa. Una frontiera fortemente militarizzata la separa dal territorio marocchino; in mare, una barriera e la sorveglianza impediscono o rendono estremamente rischioso l’attraversamento a nuoto. È qui che, tra il 29 e il 31 luglio, è accaduto qualcosa di senza precedenti.
Due giorni che hanno cambiato Ceuta
Nella notte tra il 29 e il 30 luglio, migliaia di persone hanno cominciato a dirigersi verso la frontiera. Alcune hanno cercato di entrare a nuoto, partendo dalla costa marocchina e tentando di raggiungere Ceuta attraverso il mare. Altre hanno cercato di superare il confine terrestre.
Nel giro di poche ore, le strade della città si sono riempite di persone.
Le prime stime parlavano di alcune migliaia di arrivi. Nei giorni successivi, però, il numero è cresciuto rapidamente: il governo spagnolo è arrivato a stimare in circa 80.000 le persone entrate a Ceuta tra il 30 e il 31 luglio. Circa il 90% è poi rientrato in Marocco, mentre migliaia di persone sono rimaste nell’enclave, senza una sistemazione e spesso senza accesso ai servizi di accoglienza. La città stessa conta poco più di 85.000 abitanti.
Ma la dimensione della crisi non si misura soltanto nei numeri.
Si misura anche nelle persone che hanno perso la vita tentando di raggiungere la costa. Molti hanno affrontato il mare a nuoto, in condizioni estremamente pericolose. Il numero delle vittime è cresciuto nei giorni successivi ed è ancora oggetto di aggiornamento. Oggi a Ceuta si prepara la sepoltura di decine di persone morte durante gli attraversamenti, molte delle quali non sono ancora state identificate.
Nelle settimane precedenti al 30 luglio erano aumentati gli arrivi e si era diffusa l’idea che attraversare il confine fosse diventato più facile. Anche una recente sentenza del Tribunal Supremo spagnolo sui respingimenti sommari via mare ha contribuito a modificare il contesto della frontiera. Ma le cause della mobilitazione restano complesse e sono state interpretate in modi diversi dalle autorità e dagli osservatori.
Quello che è certo è ciò che è accaduto dopo: una città impreparata a gestire una situazione di questa portata si è trovata improvvisamente davanti a migliaia di persone bisognose di acqua, cibo, assistenza e protezione.
Ed è qui che entra in questa storia Casa San Antonio.
Una porta già aperta prima dell’emergenza
Da circa due anni e mezzo, Casa San Antonio è presente a Ceuta, gestita dal Secretariado diocesano de Migraciones di Cadice e Ceuta in collaborazione con l‘Agenzia Scalabriniana per la Cooperazione allo Sviluppo (ASCS).
La Casa sostiene soprattutto le persone migranti che, per diverse ragioni, non riescono ad accedere ai circuiti istituzionali di accoglienza.
Prima dell’emergenza di fine luglio, la situazione a Ceuta era relativamente stabile. Il Centro di permanenza temporanea per immigrati, il CETI, disponeva ancora di posti; il sistema per i minori, invece, era stato fortemente ridimensionato. Già allora, tuttavia, tra le 400 e le 500 persone vivevano per strada perché escluse dall’accoglienza istituzionale.
Casa San Antonio era una piccola risposta a questa situazione.
Normalmente accoglie circa dieci persone per la notte e durante il giorno apre i propri spazi alle persone che vivono in strada.
Poi è arrivato il 30 luglio.
“Ci chiedevano acqua, cibo, vestiti”
La prima richiesta di aiuto era arrivata la sera precedente. Erano circa le 23 del 29 luglio quando al Centro hanno chiesto di accogliere quattro donne appena arrivate a Ceuta. La mattina successiva, tutto era cambiato. Dalla spiaggia del Tarajal, vicino alla frontiera con il Marocco, verso il centro della città correvano migliaia di persone. Anche davanti alla porta del Centro San Antonio passava continuamente gente. I missionari e i volontari hanno cominciato a distribuire quello che avevano: acqua, cibo, vestiti. Non erano preparati ad accogliere migliaia di persone. Nessuna piccola struttura avrebbe potuto esserlo.
Ma hanno fatto spazio.
Nei primi due giorni sono stati aggiunti materassi, arrivando ad accogliere circa trenta persone oltre la capienza abituale, dando priorità a donne, bambini e minori stranieri non accompagnati. È una risposta piccola davanti a una crisi enorme. Eppure è proprio nelle risposte piccole che, a volte, si vede meglio cosa significa essere presenti.
Una città sotto pressione
Nel frattempo, a Ceuta venivano dispiegate ingenti forze di polizia ed esercito. Le persone appena arrivate cercavano riparo nelle strade, nei parchi, sulle spiagge, nei luoghi dove potevano fermarsi senza essere immediatamente allontanate. I missionari e i volontari di Casa San Antonio hanno raccontato di aver visto persone radunate dalle forze di sicurezza e accompagnate verso la frontiera. Altre sono state caricate su autobus diretti verso il confine.
Una parte delle persone è effettivamente tornata spontaneamente in Marocco. Ma gli operatori del Centro raccontano una realtà più complessa: molte persone, private nei primi giorni di luoghi in cui fermarsi e con grande difficoltà nell’accesso a cibo e acqua, sarebbero state progressivamente spinte verso il rientro.
È un punto sul quale è importante mantenere prudenza: le modalità dei rientri sono oggetto di un forte confronto politico e istituzionale. Ma ciò che gli operatori di Casa San Antonio hanno visto sul terreno è sufficiente a mostrare quanto fosse fragile la condizione di chi era appena arrivato.
E oggi, dove sono le persone?
Questa è forse la domanda più importante. Perché l’emergenza non è finita quando la maggior parte delle persone è stata rimpatriata in Marocco. Oggi migliaia di persone sono ancora a Ceuta. Tra questi, quasi duemila minori non accompagnati e un numero significativo di potenziali richiedenti asilo. Molte vivono ancora per strada. I volontari di Casa San Antonio raccontano di persone che cercano luoghi dove sia meno probabile essere allontanate. Un gruppo di persone provenienti da Sudan, Egitto, Bangladesh e Pakistan ha trovato riparo sulla spiaggia del Trampolín, vicino al CETI. Per alcuni giorni hanno avuto difficoltà persino ad accedere all’acqua e al cibo, fino all’intervento della Croce Rossa.
Nel frattempo sono stati riaperti alcuni spazi per i minori e anche Casa San Antonio ha iniziato ad accogliere minori stranieri non accompagnati. Ma le persone rimaste in strada sono ancora migliaia. Ci sono minori. Ci sono donne. Ci sono famiglie. Ci sono persone che arrivano da Paesi segnati da guerre e crisi profonde. La grande emergenza di fine luglio ha lasciato dietro di sé una situazione che non si risolve semplicemente facendo tornare indietro la maggior parte degli arrivi. Al momento le autorità spagnole hanno disposto 1800 posti che accolgano i nuovi arrivati.
Due volti della stessa città
Anche Ceuta ha mostrato due volti. Da una parte, persone che hanno portato cibo e vestiti, che hanno cercato di aiutare e, in alcuni casi, hanno persino aperto le proprie case. Dall’altra, si sono verificati episodi di aggressività e ostilità da parte dei cittadini. I volontari di Casa San Antonio hanno raccontato di persone scese in strada per inseguire i migranti e di gruppi di estrema destra arrivati dalla Spagna continentale. Dentro una crisi così grande, la paura può trasformarsi rapidamente in ostilità. Per questo diventa fondamentale non alimentare l’odio.
La presenza scalabriniana
In questi giorni a Casa San Antonio ci sono anche quattro giovani volontari partiti dall’Italia con ASCS: Maria Victoria, Francesca, Alessandro e Alessia. Hanno seguito le notizie durante il viaggio e, una volta arrivati, si sono messi al lavoro.
È questa la logica della rete scalabriniana: una presenza capillare, fatta di comunità, missionari, operatori e volontari che conoscono i territori e le persone e che possono sostenersi quando una situazione improvvisamente cambia. A Ceuta non c’è una grande struttura capace di accogliere migliaia di persone. C’è però una casa. Una casa che normalmente accoglie una decina di persone per la notte e che, nei giorni più drammatici, ha aggiunto materassi, aperto le proprie porte, distribuito acqua, cibo e vestiti arrivando ad accogliere 50 persone al giorno con servizi come docce, pasti e assistenza sanitaria.
Prima delle cifre, le persone
In una crisi come quella di Ceuta, le parole diventano importanti quanto le azioni. Quando si parla di 70.000, 80.000 persone, il rischio è che il numero cancelli i volti. Quando si parla di “invasione”, il rischio è che una persona diventi una minaccia prima ancora di essere incontrata. Ma chi era davanti a Casa San Antonio ha visto altro.
Ha visto persone correre per le strade dopo aver attraversato il mare o il confine. Ha visto bambini, donne, giovani soli e famiglie chiedere acqua e cibo. Ha visto persone stanche, ferite, disorientate. Ha visto anche una città impaurita, sottoposta a una pressione enorme e alle prese con una crisi che non aveva gli strumenti per affrontare.
Farsi prossimi
La presenza scalabriniana a Ceuta nasce da una convinzione che non cambia davanti alle emergenze: la persona viene prima della frontiera. Questo non significa ignorare la complessità della gestione dei confini, le responsabilità degli Stati o la necessità di governare i flussi migratori. Significa però ricordare che nessuna politica migratoria può prescindere dalla dignità di chi attraversa una frontiera. Per questo continuiamo a chiedere vie di accesso legali e sicure, perché nessuno debba rischiare la vita in mare o affrontare una barriera per cercare protezione e futuro. Chiediamo responsabilità e solidarietà tra gli Stati europei, perché una frontiera esterna dell’Unione non può essere lasciata sola davanti a una crisi di queste dimensioni. E chiediamo sostegno alle realtà che sono già sul territorio, come Casa San Antonio, che ogni giorno cercano di trasformare una risposta emergenziale in una presenza stabile, competente e umana.
A Ceuta, a pochi metri dalla frontiera, una piccola casa continua ad aprire la porta. Non può accogliere tutti. Non può risolvere una crisi che coinvolge Marocco, Spagna e Unione europea. Non può fermare da sola le cause che spingono migliaia di persone verso una frontiera. Può però fare una cosa essenziale. Dalla capacità di vedere. Di ascoltare. Di farsi prossimi.
Chi ha aperto la porta, in questi giorni, non l’ha fatto da solo
In questi giorni, Casa San Antonio non è stata sola.
Nell’immediato, il SIMN ha coordinato una risposta rapida, mettendo in comunicazione chi era sul terreno con chi poteva sostenerlo da lontano. Tutto ciò che è stato fatto, è stato possibile grazie alla generosità di chi ha scelto di sostenere concretamente il progetto e le persone coinvolte.
Altre realtà, associazioni, comunità, reti di volontariato che a Ceuta e altrove lavorano ogni giorno negli stessi luoghi di fragilità hanno risposto senza esitazione, condividendo mezzi, spazi, informazioni.
A tutti va un grazie che non si esaurisce in questo articolo. Perché il lavoro a Casa San Antonio continua, ora che i riflettori si stanno spegnendo e le persone rimaste in strada sono ancora migliaia. Ma soprattutto, un grazie va ai volontari e ai missionari che hanno scelto di essere in prima linea e chi, con loro, ogni giorno, tiene aperta quella porta.




